Quanti vivranno Vigilia e il giorno di Natale per strada, senza una casa, un ricovero, senza nemmeno una stalla? Dove dormiranno i poveri, insieme ai migranti respinti a casa nostra, la notte di Natale?

Dormiranno dove dormono sempre, per strada. E forse anche da là saranno cacciati, se la loro presenza – su quella strada – offende la dignità del nostro Natale ricco (e perciò falso), e dovranno adattarsi altrove, cioè ai margini della nostra città, dei nostri luoghi pubblici, fuori, in un posto fangoso, freddo, umido, all’addiaccio, dove non li vediamo, dove diventano invisibili, proprio come il Natale di Gesù, il Cristo: è là che ci sarà il vero Natale.
Chi vede questo e si indigna conserva tratti di umanità e farà crescere in cuor suo una speranza riguardo a quel che vede. Ogni speranza, infatti, è sempre incentrata sul cambiare la realtà che si vede e che si vive.

In Guatemala, le famiglie invisibili – lo abbiamo detto tante volte – sono migliaia, ma la proliferazione del numero non fa diminuire l’indignazione; al contrario, la moltiplica.
Ed è grazie all’indignazione, che abbiamo voluto conservare gelosamente come ricchezza umana di inestimabile valore, che è aumentata in noi la forza per cambiare quella situazione. E ancora oggi quella forza la dobbiamo moltiplicare, perché la lotta è grande e l’invisibile nemico (nascosto fra le pieghe del nostro vivere borghese) è troppo forte perché noi oggi abbassiamo la guardia. Eppure, quel che è successo in Guatemala in questi anni è veramente miracoloso: è il miracolo della vita e della luce che ha il sopravvento sulla morte e l’oscurità. Dice il profeta: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia”.

E così, se è vero che all’inizio del nostro percorso una santa rabbia aveva dato l’avvio al nostro progetto, oggi quello continua con una gioia incontenibile, perché il Natale è già avvenuto e non vogliamo che quella luce accesa si spenga mai più. La gioia ci dà un’energia molto più potente di quella provocata dalla rabbia. E dura molto di più, dura sempre. Sulla rivista Focus del settembre scorso, un articolo cominciava così: “La gioia è un potente motore della vita, ci spinge a migliorare, a essere curiosi e aperti al mondo: è l’emozione che più di tutte ha reso l’uomo creativo, portandolo a evolversi attraverso scoperte e conquiste”.

Oggi, oltre che in Guatemala, stiamo operando attivamente anche in Italia e ritorno allora a quel che dicevo all’inizio: il Decreto Sicurezza appena approvato dal Governo Italiano, a nome di tutti noi, ha scaraventato per strada centinaia di profughi, di famiglie, uomini, donne, bambini, anziani.

Siamo diventati portatori di respingimenti e l’accoglienza è diventata un delitto.

 

Arriva il Natale. Permettiamogli almeno di interrogarci, non su un presepe da fare o non fare, ma sulla vita, su come viverla: “Non c’era posto per loro in quelle case”.
La speranza nasce dall’indignazione, la gioia nasce dal Natale, che però avviene dentro la lotta per affermare la vita.