Oggi, a dieci anni dalla fondazione della nostra associazione, vogliamo condividere con voi un ricordo. Il ricordo di tre bambini che camminavano davanti alla nostra casa al villaggio La Granadilla.
Il primo di loro, 12 anni, conduceva la fila con lo sguardo da uomo fatto. Subito dopo la femminuccia, piccola ma dritta come un fuso. Infine il più piccolo, di quattro anni, trotterellava restando un pò indietro.
Pablo, Jolanda e Abelino sono i nomi dei tre bambini, e la loro è una delle storie più tristi che abbiamo conosciuto in questi anni in Guatemala.
La loro era una famiglia disgraziata. Il papà era violento e violentatore, e aveva già messo incinta una delle tre figlie; la mamma era sfinita fisicamente e psicologicamente dalle botte. Alla fine questa povera donna non ha retto all’ultima violenza del marito e, nel difendersi per la prima volta, l’ha ucciso colpendolo con il machete (una lunga e affilata roncola a due tagli che in America Latina viene usata per tagliare l’erba alta, la legna e per aprirsi un varco mentre si cammina nella selva).
La mamma viene sbattuta in galera, il papà morto.
Le sorelle maggiori avevano già un’altra vita e questi bambini hanno cominciato a vagare per diverse case in cerca di sopravvivenza. Una cosa è certa: non volevano dividersi e quindi Pablo, Jolanda e Abelino trovarono un “lavoro” presso una famiglia, come costruttori di fuochi d’artificio. Da questo lavoro guadagnavano solo cibo, neanche un soldo per poter vivere. Di notte la loro casa era la strada. Dopo averli incontrati abbiamo ricostruito la loro storia, ed abbiamo deciso di adottarli. E’ stato facile e veloce. I bianchi possono qualsiasi cosa in quelle terre.
In un solo giorno Pablo, Jolanda e Abelino erano diventati figli nostri. Cioè potevamo disporne a nostro piacimento. Potevamo, tra l’altro, portarli in Italia, oppure metterli in un bordello per farli fruttare fior di quattrini, oppure togliere loro organi per venderli nei paesi occidentali. Potevamo fare tutto di loro.
Ricordo come fosse ora il volto di Maria Alicia, l’infermiera che abitava nella casa della nostra scuola dal lunedì al venerdì (perché la sua capanna era molto lontana dalla scuola) quando le abbiamo chiesto il favore più grande che le si poteva chiedere: «Senti Maria Alicia, conosci la storia di questi bambini. Ce li hanno affidati ma noi dovremo tornare in Italia e non vogliamo portarli con noi perché non sarebbe giusto per loro. Hanno bisogno di scuola, di cibo, di essere lavati educati e accuditi. Soprattutto hanno bisogno di una mamma che si occupi di loro, fintanto che non riusciremo a far liberare la loro mamma che è in carcere, a scontare una pena forse troppo grande… Vorresti accoglierli nella tua casa?» Con la semplicità che è tipica dei poveri di spirito, quelli di cui sarà il regno dei
cieli, Maria Alicia ha detto subito: Sì.
Pablo, Jolanda e Abelino hanno iniziato una nuova vita nella nostra missione. Hanno vissuto con Maria Alicia fino a quando la loro mamma non è tornata dal carcere. Pablo oggi è sposato e anche Jolanda. Abelino, il più piccolo, ancora trotterella nella nostra scuola insieme agli altri 300 bambini. La mamma dei tre bambini fa la bidella nella nostra scuola ed è felice perché abita in una delle 14 case in mattoni che abbiamo costruito per i più diseredati. Oggi siamo qui per dirti che tutto questo lo abbiamo fatto anche grazie a te, che attraverso noi hai raggiunto questi bambini che aspettavano solo un’opportunità per salvarsi.
Maria Alicia, l’infermiera che li aveva accolti in casa cambiando per sempre le loro vita, è morta lo scorso novembre portando con sè la bimba che aveva in grembo da sette mesi. E’ stata una tragedia infinita per tutti noi. Vi raccontiamo questa storia perchè oggi, a dieci anni dalla fondazione della nostra associazione, stiamo iniziando una nuova avventura: la costruzione di una casa che accolga i bambini vittime di abuso sessuale, come anni fa accogliemmo i fratellini di cui vi abbiamo parlato.
Maria Alicia vivrà anche nella casa che accoglierà tantissime bambine e bambini, perché noi come lei, abbiamo detto SI! Non c’è bisogno di spiegare perché la casa di accoglienza si chiamerà: CASA MARIA ALICIA LARIOS.



